Return to Monkey Island, la recensione della parabola finale di Guybrush Threepwood

Come deve essere tornare dopo più di trent’anni su qualcosa che credevi di esserti lasciato definitivamente alle spalle, pur non avendoci mai rinunciato davvero? Riprendere una storia che non credevi sarebbe mai stata più tua e a cui altri hanno lavorato mettendoci del loro per fartela rimpiangere? Nel corso degli anni molti si sono fatti l’idea che Ron Gilbert, autore dei primi due Monkey Island, non sia mai riuscito davvero a elaborare il lutto per la perdita di controllo su Guybrush e soci. Non tanto perché volesse proseguire per tutta la durata della sua vita a scriverne, ma perché non era mai riuscito a chiudere quella storia come avrebbe voluto. Ora gliene è stata data la possibilità e, come vedrete nella recensione di Return to Monkey Island, l’ha sfruttata fino in fondo per scendere a patti con quel passato terribilmente ingombrante.

Meccaniche di gioco e interfaccia

Guybrush è tornato, ma la sua nave in Return to Monkey Island non è più come prima

Com’era lecito attendersi, Return to Monkey Island è un’avventura punta e clicca classica, in cui Guybrush Threepwood, protagonista assoluto della serie, torna per cercare di mettere le mani una volta per tutte sul segreto di Monkey Island. Il punto di partenza della storia è Mêlée Island, dove il nostro va alla ricerca di una nuova ciurma e di una nuova nave per tentare l’impresa. Trovato l’ostruzionismo delle nuove autorità piratesche locali, Guybrush opta per una strategia alternativa: farsi assumere nell’equipaggio di LeChuck, il suo nemico giurato, che sta facendo rifornimenti sull’isola proprio per partire alla volta di Monkey Island. In realtà il gioco non inizia da Mêlée, ma dal parco giochi dove si era concluso il secondo capitolo, in una sequenza tutorial in cui vengono riannodati i fili con i capitoli precedenti, in un modo in cui non solo viene spiegato quel criptico finale, ma anche da cosa è dipesa l’evoluzione, o involuzione, a seconda dei punti di vista, della serie.

In termini di meccaniche di gioco e di interfaccia, Return to Monkey Island non si discosta in nulla dalla tradizione del genere (verbi a parte). Quindi i movimenti di Guybrush sono gestiti con un sistema punta e clicca, così come la raccolta e l’esame degli oggetti interattivi. Nell’inventario si possono esaminare o combinare gli oggetti posseduti, oppure li si può utilizzare con gli oggetti dello scenario. In termini di interfaccia ci sono diverse semplificazioni, ormai standard per le avventure punta e clicca, come il tasto per visualizzare tutti gli oggetti interattivi presenti nello scenario, quello per saltare i dialoghi, utile in caso di ripetizioni, e quello per rileggere gli ultimi dialoghi, prezioso quando si è a corto di idee e si deve andare alla ricerca di indizi. Il doppiaggio è solo in inglese, ma è possibile attivare i sottotitoli in italiano, visualizzati a schermo in testa ai personaggi. Purtroppo in alcuni casi, fortunatamente rari, i testi sono così lunghi da finire per coprire anche i personaggi. Poco male, visto che è un piacere leggerli.

Volendo ci sono anche un paio di extra, legati a degli oggetti specifici (e a degli Obiettivi / Trofei): una raccolta di carte quiz con domande relative al gioco (di cui vi confessiamo di esserci praticamente dimenticati dopo la prima parte) e un libro dei consigli, che è praticamente la soluzione dell’avventura sotto forma di suggerimenti dalla specificità incrementale (all’inizio sono vaghi e generici, ma a ogni richiesta del giocatore diventano più precisi, fino a svelare la soluzione degli enigmi), pensati per supportare tutti quelli che non amano rimanere bloccati.

Da questo punto di vista Return of Monkey Island appare un gioco modernissimo nel non voler frustrare in alcun modo il giocatore (come del resto dichiarato dallo stesso Gilbert). Oltre al libro dei consigli, infatti, è possibile selezionare anche una modalità semplificata, alla stregua di quanto avveniva in Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge, che praticamente consente di seguire la storia senza alcun intoppo. Scegliendo la modalità completa, invece, bisognerà risolvere i classici puzzle da avventura grafica, come avrete capito dalla descrizione dell’interfaccia.

Puzzle


Amici, nemici, chissà...
Amici, nemici, chissà…

Parlando proprio dei puzzle, non ne abbiamo mai trovati di troppo complessi o di insormontabili, tanto che siamo giunti alla fine del gioco in circa nove ore. In generale seguono tutti una certa logica, facilmente riconoscibile con forse qualche ripetizione di troppo tra chiavi da trovare e travestimenti da indossare. Non aspettatevi comunque il surrealismo di un pollo con carrucola o di un toppacciolo gigante con cui pulire l’orecchio di una scimmia di pietra gigante, perché Return to Monkey Island è in un certo senso molto più legato alla logica comune, pur con qualche benvenuta fuga verso il fantastico. Così ad esempio in un certo momento bisogna capire come far bruciare del fuoco sott’acqua, o in un altro come ottenere un oggetto da un pollo fantasma.

Lì dove il gioco di Terrible Toybox risalta particolarmente è nelle situazioni e nei dialoghi, aspetti in cui la mano di Gilbert e Grossman è evidentissima, anche se verrebbe da dire che siamo più dalle parti di Thimbleweed Park che del periodo Lucas (il che non stupisce più di tanto).


La capacità di Guybrush di trattenere il fiato sott'acqua tornerà utile più volte in Return to Monkey Island
La capacità di Guybrush di trattenere il fiato sott’acqua tornerà utile più volte in Return to Monkey Island

Molti i riferimenti a fatti reali, compresi i social network e le loro storture, anche se sempre interpretati dentro i confini dell’immaginario di Monkey Island, così da non stonare in alcun modo con il resto. Ad esempio in un certo momento, per convincere due pirati a farlo salire sulla loro nave, Guybrush dovrà fare in modo di mascherare la verità, togliendo di torno i riferimenti scientifici da un certo testo, perché i due non si fidano della scienza, ma solo di quello che hanno sentito dire da amici e parenti. Comunque sia, il gioco è pieno di situazioni spassose e di dialoghi brillanti, che da soli valgono il prezzo del biglietto e che riportano ai fasti del genere, tanto che uno dei motivi per rigiocare tutta l’avventura almeno una seconda volta è quello di selezionare delle risposte alternative nei dialoghi a scelta multipla per scoprirne gli effetti sull’interlocutore di turno.

Racconto del racconto


Ci sono anche diversi labirinti, tutti legati a dei puzzle
Ci sono anche diversi labirinti, tutti legati a dei puzzle

Return to Monkey Island dialoga in continuazione con il suo passato, a volte polemicamente, altre con una grande malinconia. L’impianto narrativo in sé è incentrato su una visione nostalgica e dissacrante allo stesso momento, in cui il racconto parte da una rievocazione, perché consapevole di non poter più essere vissuto al presente. Gilbert è cosciente che sono passati trent’anni dall’ultima volta che ha scritto di Guybrush e delle sue vicende e lo dimostra lungo tutto il gioco, a partire dal primo colpo di scena.

Lui come autore è profondamente cambiato e, necessariamente, anche il personaggio lo è, anche se apparentemente non lo dà a vedere. L’industria dei videogiochi è completamente diversa da quella di allora, così come lo sono i videogiocatori. Quello delle avventure grafiche è diventato un genere marginale, amato da una ristrettissima nicchia di persone, con le nuove uscite che non destano più alcuno scalpore.


Mêlée Island è la stessa, ma è cambiata
Mêlée Island è la stessa, ma è cambiata

Così tutti i personaggi intorno a Guybrush sono in qualche modo diversi e sono andati avanti, seguendo il loro percorso di vita, lì dove solo l’eroe, sembra essere rimasto ancorato alle sue ossessioni giovanili. Ad esempio Carla è diventata governatrice di Mêlée Island, Elaine ha abbandonato la politica per dedicarsi al sociale, i capi dei pirati hanno aperto una pescheria e Stan deve fare i conti con la sua fame di denaro. Paradossalmente, ma nemmeno troppo, solo LeChuck condivide ancora lo stesso obiettivo di Guybrush (non per niente ne è la nemesi), ma anch’egli è circondato da una ciurma che non ne può più di lui e della sua ricerca del segreto e che vorrebbe solo passare il tempo a fare scorribande per i mari, lasciandosi alle spalle l’intera, infruttuosa, vicenda.

Lo specchio


Guybrush è il videogiocatore
Guybrush è il videogiocatore

La storia di Return to Monkey Island lavora quindi su più livelli. Da una parte c’è la ricerca del segreto di Monkey Island, vissuta in superficie e che ha un che di adolescenziale, quando non di infantile (non per niente ne viene sottolineato l’aspetto fortemente distruttivo), e dall’altra c’è il rapporto tra la serie, il suo autore e i videogiocatori stessi, che si sviluppa in modo sotterraneo, quasi timido, fino a deflagrare nella parte finale. Guybrush si trasforma nella metafora del fan e del suo rapporto con la nostalgia e con il genere, in un continuo fraseggio tra racconto e meta racconto che non poteva che concludersi in un certo modo (ovviamente non vi diciamo come) che a noi è piaciuto molto e che ci è sembrato l’unico finale possibile, lì dove adagiarsi su certe aspettative, coccolandole, sarebbe risultato forse un po’ patetico.

Ci rendiamo però conto che potrebbe far arrabbiare più di qualcuno nel suo voler guardare a tutti i costi al di là dello schermo, facendosi specchio del videogiocatore stesso, anche se sembra essere proprio questo uno dei suoi obiettivi principali. In alcuni momenti, ad esempio nei primi piani di Guybrush, è come se gli autori volessero mostrarci le nostre rughe, reificandole in quelle del protagonista. In altri il racconto diventa volutamente assurdo, per sottolineare la sua natura finzionale.


Si ripercorrono anche alcuni luoghi dei primi due capitoli
Si ripercorrono anche alcuni luoghi dei primi due capitoli

Le molte citazioni dei capitoli precedenti sono usate in questo senso, ossia spesso evitano il compiacimento dei fan per diventare dei momenti di presa di coscienza, arrivando a giocare addirittura con la morte.

Il colpo di scena iniziale e quello finale diventano così due modi per riannodare la serie da una parte con il suo travagliato passato e dall’altra con il suo presente, focalizzandola in un quadro più ampio e sfaccettato e arricchendola di un significato che è in un certo senso conclusivo, a prescindere dallo sviluppo o meno di nuove avventure con Guyrbrush e soci (che comunque vengono in qualche modo auspicate, o paventate, all’interno del gioco). Insomma, questa sembra essere la fine del Monkey Island di Gilbert, non necessariamente di Monkey Island come franchise. Se questo sia un bene o un male, lo capiremo solo in futuro.

Stile grafico


La barba di LeChuck sembra un'esplosione cubista
La barba di LeChuck sembra un’esplosione cubista

Un discorso a parte merita il tanto chiacchierato stile grafico, che in realtà appare non solo adeguato, ma anche necessario per l’intero gioco. Riproporre uno stile in pixel art non avrebbe avuto molto senso per Gilbert. L’averlo fatto con Thimbleweed Park fu una scelta dettata dalla volontà di celebrare il genere e di dire: siamo tornati! Scelta necessaria per vendere il progetto su Kickstarter agli appassionati, rendendo immediatamente riconoscibile una certa cultura. Fare lo stesso con Return to Monkey Island sarebbe stata solo una scelta conservatrice, che avrebbe parlato solo ai fan storici della serie, dimenticandosi degli anni trascorsi da allora e dei tre capitoli successivi, compreso quello di Telltale.

Puntare a uno stile simile, ma più moderno, come fatto con l’edizione speciali dei primi due capitoli, avrebbe potuto portare a risultati anonimi, quanto disastrosi, come del resto è avvenuto con gli stessi (che sono molto più belli in versione originale), quindi si è preferito optare per qualcosa di unico, che riflettesse la natura della serie, ma che guardasse anche alla modernità, risultato al tempo stesso ispirata e accattivante, quanto caratterizzante.


Nonostante la stilizzazione, i dettagli non mancano ai vari luoghi che si visitano nel corso dell'avventura
Nonostante la stilizzazione, i dettagli non mancano ai vari luoghi che si visitano nel corso dell’avventura

Francamente, dopo lo shock iniziale, la grafica del gioco inizia a funzionare alla perfezione. Lo stile spigoloso dei disegni, che regala al tutto un tocco vagamente astratto, risalta in più di un’occasione, ad esempio nei primi piani dei personaggi (in particolare LeChuck con quella barba che sembra un’esplosione cubista), dando una forte carica espressiva ad alcune scene, come quella del castello di ghiaccio o quella del tribunale, tanto per citare due esempi. A qualcuno non piacerà, ovviamente, ed è anche giusto che sia così. Molto dipende dalla capacità di leggere il cambiamento visuale nel quadro più generale della reinterpretazione del franchise, di cui abbiamo ampiamente parlato sopra. Noi ci sentiamo di lodarlo per la forte personalità che dona all’intero gioco, nonché per l’unicità che regala ad alcuni momenti.


Lo spigoloso stile di Return to Monkey Island
Lo spigoloso stile di Return to Monkey Island

Lo stesso, se vogliamo, si può dire della colonna sonora, che riprende i brani classici, risuonandoli in chiave moderna e giocando con gli stessi lì dove possibile.

Commento

Versione testata PC Windows

Digital Delivery

Steam,

Nintendo eShop

Prezzo
22,99

/ 24,99

Return to Monkey Island è esattamente il gioco che ci si poteva attendere da Gilbert e soci, in cui l’amore per i personaggi e le loro vicende si sposa con una profonda riflessione sul tempo e sul ruolo del videogiocatore. È una storia su chi è riuscito ad andare avanti e chi è rimasto legato alle sue ossessioni, su chi è maturato e su chi è solo cresciuto, rimanendo però imprigionato nel suo immaginario, cui finisce per sacrificare tutto. In questo senso stiamo parlando di un’opera riuscita, sicuramente essenziale per gli appassionati di Monkey Island, che pecca solo per qualche ripetizione nei puzzle, comunque ben fatti nel loro complesso, e per alcune rifiniture, ma che in generale si lascia amare fino in fondo. Insomma, è tempo di tornare alla ricerca del segreto di Monkey Island.

PRO

  • La scrittura di Gilbert e Grossman c’è e si vede
  • Molte situazioni spassose
  • Stile visivo azzeccato

CONTRO

  • Qualche puzzle ripetuto
  • Mancano alcune rifiniture, comunque trascurabili

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Return to Monkey Island, la recensione della parabola finale di Guybrush Threepwood

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